7. UN FRAGILE EQUILIBRIO



... che la Fiamma mi sia testimone,

Inquisitrice Justine dei Campi Bruni


Justine rilesse la lettera rapidamente, poi la sigillò con la cera e vi pigiò il suo timbro personale.

«Questa è una comunicazione urgente per Cuordombra» disse passando la busta al capitano Stoff, impettito davanti alla sua scrivania, «la consegni alla stazione di posta e si assicuri che sia spedita prima del calar del sole».

Stoff Annuì e si allontanò, sollevato che il suo incarico consistesse solamente nell'inviare una lettera. Al momento la situazione a Porta Bianca reggeva, ma poteva degenerare in fretta e lei non intendeva farsi cogliere di nuovo impreparata.

Poche ore prima Justine e il suo drappello avevano galoppato nella piazza centrale del borgo, con lo stendardo dell'Impero bene in vista. Una dimostrazione di forza tardiva ma utile a ricordare a quella gente che non si trovavano lì per piacere. Il sindaco, un ometto grassottello con due gran baffoni, li aveva rimproverati come fossero ragazzini troppo chiassosi, ma il suo debole tentativo di ristabilire l'ordine nella "sua" cittadina gli era fruttato solo un incontro privato con l'Inquisitrice.

Justine aveva stabilito il suo quartier generale nella locanda. La stanza predisposta per gli interrogatori si trovava al piano interrato, un locale spoglio e senza finestre, precedentemente usato come ripostiglio.

«Dov'era la guardia cittadina mentre la Rocca bruciava?» Chiese Justine gelida, «Dopo quanto successo alla guarnigione scomparsa perché non è stata sorvegliata?»

Il sindaco parve cascare dalle nuvole e bofonchiò qualcosa sulle responsabilità del corpo di guardia. Il classico scaricabarile interessato solo a salvaguardare la sua posizione, lo giudicò lei.

«Se la guardia cittadina non è in grado di adempiere ai suoi doveri ne assumerò personalmente il comando» lo informò.

La guardia cittadina rappresentava per Justine il punto di partenza ideale per la sua indagine: uomini addestrati che i Mangiafuoco avrebbero potuto reclutare per i loro scopi. Per il resto della giornata li passò in rassegna e interrogò profusamente il loro capitano, un cavaliere decaduto di nome Clems Gerd, grande e grosso come Sir Gofred ma molto meno affabile. Gerd aveva una chiara antipatia per l'Impero e più spade fedeli a disposizione di quelle su cui poteva davvero contare lei. Fu questa considerazione a spingerla a ordinare alla vicina cittadella di Cuordombra l'invio di un contingente in suo supporto.

Quella sera Justine cenò sola nella sua stanza, rileggendo gli appunti che aveva preso: testimonianze tutte uguali, coerenti, senza grandi ombre. Inutili.

Al piano di sotto gli avventori e i suoi uomini sedevano ai lati opposti del locale, guardandosi male o non guardandosi affatto, con la giovane locandiera dai capelli rossi che volteggiava da un lato all'altro dell'invisibile barricata, portando birre e ciotole di zuppa. Danzando tra i tavoli diffondeva una fragranza di fiori di campo che le ricordava qualcosa di perduto che non riusciva a focalizzare. Era davvero graziosa, non c'era da stupirsi che tutti gli uomini, da una parte o dall'altra, continuassero a gettarle occhiate fugaci. Evitandoli, uscì dal retro e raggiunse le stalle, spedì lo stalliere a farsi una pinta e portò il suo cavallo nel piazzale sterrato.

Strigliare i cavalli la rilassava sempre, forse perché le permetteva di riconnettersi con la vita più semplice che conduceva un tempo. Fu tentata dall'idea di una cavalcata serale, ma sapeva di non poter correre un tale rischio.

«Dicono che i cavalli siano anime che non vogliono tornare al Grande Focolare» la sorprese una voce conosciuta alle sue spalle, «così tornano nel mondo e non smettono più di correre.»

Sir Gofred legò il suo animale al palo accanto a quello di Justine.

«Una bella immagine» concordò lei, «forse un po' blasfema.»

Il vecchio cavaliere le restituì un sorriso amaro dal quale intuì che le notizie che portava lui non si sarebbero rivelate migliori delle sue; allora Justine notò il cavallo del suo scudiero, condotto a mano dal ragazzino, con qualcosa di grosso caricato sulla groppa.

Parlarono a lungo della notte dell'incendio, che Gofred aveva scorto dalle colline boscose intorno al borgo. Non c'era traccia della carovana dei Mangiafuoco, ma mentre un falchetto sfidava la Rocca in fiamme per salvare la vita di lei un barbagianni guidava il cavaliere e lo scudiero attraverso la selva, fino ad un dirupo dove avevano fatto un'altra importante, triste scoperta.

«Bisognerà trovare il padrone di questi volatili provvidenziali» decise Justine.

«Già, e chiedergli come faceva a sapere dove hanno gettato tutti quei corpi.»

Lo scheletro che Sir Gofred aveva riportato indietro era quello del comandante della guarnigione perduta.

«Dovremmo dare a lui e ai suoi commilitoni un degno saluto» osservò il cavaliere, «tra le fiamme, non sottoterra.»

«Sì, ma il suo congedo dovrà attendere» affermò Justine, fissando orbite vuote che non ricambiarono il suo sguardo, «quest'uomo ha ancora molte cose da raccontarci.»