9. LONTANO DALLA LUCE


Il silenzio riempì la cantina. Sir Gofred non rispondeva e persino i rumori che le pareva d'aver sentito dal piano di sopra tacevano. Justine accostò l'orecchio alla porta tentando di percepire voci o rumori...

TUNK!

Sobbalzò. Il tonfo proveniva da dietro di lei, dall'interno di una delle botti di vino incassate nel muro. Battendo sul coperchio suonava vuota. La aprì. Dentro la botte, un piccione con un'ala slogata zompettava intontito, ma lo sguardo di Justine lo superò e si perse nel buio di un lunghissimo passaggio che finiva chissà dove, celato nella parete dalla botte. Un tunnel segreto dei tempi della guerra, realizzò, come ce n'erano anche al di sotto della roccaforte: tutti sigillati, o così pensava.

Justine decise di rischiare e s'inoltrò nel corridoio di pietra, immersa nella totale oscurità: infine, riemerse in una notte di luna calante, da qualche parte nella pineta intorno al villaggio, in una gola boscosa di certo molto difficile da individuare persino conoscendo la strada. Ai suoi piedi, un tappeto di pallidi fiori pervinca. Li riconobbe: anemorsis, un tempo utilizzati dai Mangiafuoco per preparare i loro fumi allucinogeni. E ne riconobbe l'odore, che aveva sentito recentemente. Questo rispondeva ad alcune delle sue domande.

Justine mosse qualche passo cauto, poi, mentre scrutava nelle tenebre cercando di orientarsi, si rese conto che qualcuno o qualcosa la scrutava a sua volta.

La vecchia, coperta solo da un consunto mantello di pelle e piume, se ne stava tra i cespugli a guardarla con occhi vuoti, ma non ciechi. Era la seconda volta che incontrava un habimal, ma non si sorprese: immaginava che tutti quegli uccelli che seguivano lei e i suoi da quando avevano messo piede in quella regione dovessero rispondere a uno di loro. La stupirono invece le sue condizioni: era così grinzosa e gobba che quasi s'aspettava che camminasse a quattro zampe. La donna si sosteneva con un grosso bastone di faggio, sul quale stava appollaiato un gufetto. Fu solo in quel momento che Justine si rese conto della moltitudine di occhi che la fissavano nascosti tra i rami e degli artigli e dei becchi affilati che portavano con sè. Doveva scegliere le parole con cura.

«Lei sa già chi sono, non...» cominciò, ma senza nemmeno lasciarla finire la vecchia le voltò le spalle e s'incamminò nella boscaglia. Justine restò interdetta per un istante, poi il gufo le planò sulla spalla e la becchettò. Justine lo prese come un invito e la seguì.

«Devo ringraziarla, senza di lei non sarei qui oggi» ritentò, ma la vecchia la ignorò di nuovo. Justine sapeva che con l'età avanzata gli habimal perdevano il contatto con la realtà, confondendo i propri ricordi e personalità con quelli delle bestie con cui si scambiavano di corpo. La maggior parte di loro finiva con lo scomparire nella notte senza mai fare ritorno dalle famiglie... E da quella riflessione scaturì l'intuizione: nonostante i capelli ormai bianchi e le rughe profonde che lo segnavano, riconobbe in quel viso antico quello della locandiera della Pendola Rotta. La nonna malata di cui le aveva parlato, comprese... ma quella donna non si trovava certo in quelle condizioni da pochi giorni.

«Lei è la nonna di Tanita, vero?» le chiese senza aspettarsi una reazione.. invece, la vecchia si bloccò.

«È successo qualcosa alla locanda» continuò, «ma sono certa che lei lo sa già. Ha inviato i suoi uccelli a salvare me, ha mostrato a Sir Gofred dove trovare i corpi dei soldati della Guarnigione. Forse non può più parlare, ma so che mi capisce e che sta cercando di aiutarmi.»

La vecchia sbracciò come per scacciare un insetto molesto. Poi colpì con un pugno, più e più volte, quello che Justine, nel buio, aveva scambiato per un tronco caduto, ma che in realtà era un muretto diroccato. Appena oltre, Justine distinse la sagoma di una costruzione in rovina, inghiottita dalla vegetazione. Una vecchia casa di boscaioli, che mostrava chiaramente i segni di un incendio. Affisso a una parete, il vessillo con la spada infuocata simbolo degli Inquisitori.

«La vostra casa, non è così?» Domandò Justine, «Una purga per limitare la piaga dei Mangiafuoco. Terribile, ma necessario.»

La vecchia la fissò con quei suoi occhi vuoti. Justine decise di insistere su quella via.

«Il mio stesso padre ne fu vittima» continuò, «ma lo capii solo molti anni dopo. Mi nascondeva e raccontava che i Faun sarebbero venuti a prenderci. È per evitare il ripetersi di tragedie come questa che sono diventata un'Inquisitrice a mia volta. Tuttavia» sospirò, «capisco che non tutti scelgano questa via.»

Justine strappò il vessillo dalla parete della casa distrutta.

«E così questo è il perchè» concluse, «quello di cui non sono certa è il come.»

«Paura» rispose una voce familiare.

Emersero dalle ombre, uomini che indossavano maschere senza volto ma con grandi corna, come i Faun delle vecchie storie.

«Mostri delle fiabe, eretici, traditori... L'Impero ha paura di tante cose e quaggiù, lontano dalla luce della Capitale, il buio fa molta più paura.»