5. IL PRIMO ERRORE


La realtà ha il vizio di insinuarsi nei sogni in modo subdolo, rivelandosi talvolta solo un istante prima che sia tardi. Mani che battono su una porta, grida distanti, l'odore del fumo che non proviene dalle clavette incendiarie che volteggiano intorno a lei ma...

«Mia signora!»

Justine si risvegliò solo per ritrovarsi in quello che pareva un altro incubo. Fumo nero riempiva la stanza da letto del comandante della guarnigione, uno spoglio locale che aveva occupato una volta stabilito che soggiornare direttamente nella Rocca non comportava rischi.

«Mia signora!» gridava l'uomo che batteva sulla porta di legno. Justine afferrò il mantello che aveva ripiegato sulla sedia prima di coricarsi e, usandolo per riparare il viso, corse alla porta. Gli occhi le lacrimavano: si maledisse per non aver memorizzato la posizione del chiavistello mentre armeggiava alla cieca. Dopo diversi secondi riuscì a trovarlo, lo sfilò e si lanciò fuori dalla stanza, con il fumo nero che, seguendola, si riversò nel corridoio investendo in pieno il soldato davanti alla porta.

«Mia signora!» ripetè quello dopo aver ripreso fiato, «Fuoco dai piani bassi, dal portone non si passa, ci stiamo calando giù!»

Il soldato la guidò lungo il corridoio esterno del terzo piano, dove le feritoie sulla parete della montagna si allargavano a sufficienza per far passare un uomo adulto. Contò nove uomini compreso quello con lei: tre reggevano una grossa fune assicurata ad un pilastro e apprese che un altro si era già calato. All'appello mancavano il capitano, un attendente e altri cinque uomini.

«Dove sono Stoff e gli altri?» domandò Justine, temendo la risposta.

«Il capitano è andato a cercarli... C'era un uomo a guardia della Porta e gli altri a sorvegliare il portone e l'ingresso posteriore» rispose il soldato, un ragazzo che avrà avuto appena diciotto anni, con lo sguardo fisso nel vuoto «Dovevo dare il cambio a Ted tra poco...»

Justine lo prese per le spalle e lo scosse. «Il capitano sta facendo il suo dovere come tu devi fare il tuo: scendi e prepara un rapporto sulla situazione, mi aggiornerai tra 15 minuti!»

Il soldato trasalì e sembrò tornare in sè. Quando lui e tutti gli altri, compresi i tre che facevano sicura alla corda, si furono messi in salvo, Justine tornò sui suoi passi. Aveva già commesso uno sbaglio, ma non intendeva perdere uomini sotto il suo comando.

I corridoi della roccaforte erano relativamente liberi dal fumo, che passando dai condotti che diffondevano il calore aveva invaso per primi i locali chiusi... come i dormitori, dove riposavano quasi tutti i suoi uomini. Accantonando l'ovvia implicazione, scese fino al piano terra, sempre coprendosi bocca e naso con il mantello e assicurandosi di avere una via di fuga libera alle sue spalle.

«Di qua!»

La voce proveniva dalla sala comune. Il fuoco, strisciando lungo le pareti, aveva già reclamato travi e impalcature in legno che sostenevano le volte dei passaggi, provocando crolli che avevano reso inaccessibili il portone d'ingresso e il corridoio per le cucine.

«Stoff!» gridò, ma a risponderle fu solo il tonfo di una trave, che cedette e rovinò a terra davanti a lei.

«Di qua!» sentì di nuovo gridare, ma stavolta la voce risuonava distorta e stridula.

Non avrebbe avuto un'altra occasione per tornare indietro, ma la zona centrale della sala sembrava agibile: in mancanza di una lama per poterli tagliare Justine infilò i lunghissimi capelli dentro la veste da notte, trasse un profondo respiro e si gettò oltre le fiamme, avvolta dal mantello del quale si liberò subito dopo.

Non fu una mossa saggia: anche se il fumo più denso saliva verso il soffitto, il locale era già pieno di un miasma incolore che conosceva molto bene. La scarica di tosse fu improvvisa e violenta; arretrando senza padronanza di sè, si ritrovò quasi con le spalle al muro. Attorno a lei si formavano figure fugaci tra le fiamme e il fuoco pareva quasi prendere vita, un mostro che spalancava le sue fauci pronto a divorarla. Il trucco preferito dei Mangiafuoco, realizzò, mentre un nuovo attacco di tosse la piegava, provocandole conati di vomito.

Deequaaa!

Adesso la voce somigliava al richiamo di un animale... di un uccello. C'era un uccello che li aveva seguiti al loro arrivo a Porta Bianca, ma si stava quasi convincendo di aver preso un abbaglio. Possibile che invece... Il grido proveniva dai sotterranei. Forse un'altra illusione generata dai fumi allucinogeni dei Mangiafuoco, ma valeva la pena tentare. Strisciando raggiunse la scalinata, che scendeva a spirale fino al piano inferiore, libero da fuoco e fiamme. Discese nell'oscurità. Alle sue spalle, Justine sentiva le travi portanti cedere e il soffitto crollare sotto il peso di quintali di pietra... ma più in basso l'aria tornava respirabile. Proseguì. Un altro urto: qualcosa passò sopra di lei e per un istante temette di finire schiacciata sotto un masso, ma non fu così. Il falchetto grigio volò radente sopra la sua testa, gridando, chiamandola. Senza pensare, Justine lo seguì.