LE FORME DEL GATTO

La storia che vado a raccontarvi parla di un gatto determinato a trascendere i limiti che la natura gli ha imposto.

I protagonisti del racconto sono il gatto in questione, che porta il profetico nome di Icaro, la sua coinquilina Martina, matricola di Scienze Geologiche e centralinista part-time, un palloncino a forma di gatto che non ha nè nome nè occupazione, una tazza di caffè (in realtà molte tazze di caffè) e un ragno della famiglia dei Folcidi privo tratti distintivi ma che avrebbe giocato un ruolo di primaria importanza in tutta la vicenda.

Tutte le mattine Icaro e la sua coinquilina Martina si svegliavano di buon'ora, si dedicavano ad un po' di sana attività fisica (ginnastica dolce per il risveglio muscolare lei, inseguimento delle formiche che infestavano la dispensa per lui), poi si davano una risciacquata (sotto la doccia lei, con la lingua lui) e sedevano al tavolo della cucina per la colazione (una tazza di caffè nero con tre biscotti lei, una fettina di arrosto di tacchino lui).

Icaro finiva la sua colazione ben prima di Martina, che aspettava sempre che il caffè si raffreddasse un po' prima di berlo. Il gatto nero si leccava i baffi, poi saltava sul tavolo, facendolo traballare e spargendo gocce di caffè bollente.

«Leggiadro come un palloncino» lo rimproverava Martina tutte le mattine. «Caffè anche per te?»

Lui, da bravo ruffiano, si strusciava col muso sul suo naso, leccava via il caffè dal tavolo, saltava di nuovo giù e si piazzava davanti alla portafinestra che dava sul terrazzino. Da lì, passava le giornate in contemplazione del mondo esterno, a malapena visibile al di fuori della cornice di legno vecchio.

Icaro e Martina condividevano un angusto monolocale con bagno minuscolo e terrazzino pericolante al terzo piano di uno stabile ammuffito in un anonimo quartiere di periferia, ma mentre Martina accettava di buon grado la precarietà della sua situazione abitativa Icaro non si rassegnava alla vita in potenza che il destino gli aveva riservato.

«Non ti servirà a niente uscire da lì se poi non impari a volare» gli ripeteva Martina tutte le mattine, «Per tua sfortuna i gatti si presentano tanto in forma solida quanto in forma liquida, ma non si è mai saputo di un felino che possa assumere una forma gassosa.»

Martina usava prendere in giro il gatto in quel modo perchè Icaro era dotato di una particolare malleabilità, grazie alla quale aveva messo in atto tutta una serie di rocamboleschi tentativi di evasione: poteva appallottolarsi nella borsa di Martina per farsi trafugare fuori di casa, infilarsi dentro le sue scarpe, tentare di risalire le tubature... Quando era appena un micino aveva persino cercato di strisciare sotto lo stipite della porta e quasi c'era riuscito: vedere quella palletta di pelo appiattirsi così tanto aveva spaventato Martina a tal punto che dopo aver chiesto rassicurazioni al veterinario aveva a lungo riflettuto sulla possibilità di rivolgersi a un esorcista.

Icaro doveva suo malgrado condividere la considerazione di Martina, ciò però non bastava a convincerlo di doversi rassegnare ad una vita tra quattro mura, in una scatola troppo grande per potersi sentire al sicuro e troppo piccola per diventare il reame su cui ambiva dominare.

Dopo la colazione, per Icaro e Martina la giornata proseguiva in modo molto diverso. Martina passava la mattinata all'università, il primo pomeriggio in aula studio e poi andava al lavoro, rincasando solo dopo cena. Icaro invece restava in casa a preparare il suo prossimo piano di fuga. Nessuno dei suoi funambolici sforzi e dei suoi innumerevoli poteri felini, però, lo aveva portato più vicino al risultato... Fino al fatidico giorno in cui la sua storia si incrociò con quella di un ragno senza arte nè parte e di un palloncino a forma di gatto.

Ogni volta che Martina rientrava in casa girava la chiave nella serratura con una mano, spingeva la porta con un piede e con l'altra mano intercettava Icaro, che se ne stava sempre appostato pronto a sfruttare l'occasione. Quel giorno però, quando Martina rincasò, chinandosi e allungano la mano per afferrare il gatto fuggiasco si stupì di non vederlo intraprendere la sua solita fuga verso la libertà. Lì per lì non se ne preoccupò, pensando che il gatto stesse elaborando una nuova strategia machiavellica che si sarebbe presto scontrata con la dura realtà, il luogo dove i sogni vanno a morire.

Poi notò la portafinestra del terrazzino spalancata.

«Icaro» chiamò, allarmata, «Icaro!»

Ma il gatto nero non rispose. Martina si affacciò dal terrazzo, che dava su una piccola corte interna affollata di vecchie auto da rottamare e bidoni ricolmi di spazzatura, guardò giù, ma non lo vide, il che la rassicurò, ma non lo vide nemmeno guardando in su o sbirciando i terrazzi dei vicini. La poverina cercò il Icaro per tutta la sera e per buona parte della nottata: frugò in ogni cassetto del monolocale, guardò dentro ogni singolo paio di scarpe e stivaletti ammucchiati nella scarpiera, cercò giù nel seminterrato e su nel sottotetto, perchè talvolta capitava che Icaro riuscisse a sfuggirle, salvo poi ritrovarsi intrappolato in labirinto di porte chiuse e intonaco scrostato. Ma di Icaro nessuna traccia.

Alla fine, esausta e con un groppo in gola, si coricò.

La mattina seguente si svegliò più tardi del solito. Non fece i suoi esercizi di ginnastica dolce, si diede solo una risciacquata al viso e si preparò la sua solita tazza di caffè nero, senza i biscotti.

Trascorsero così molte altre mattine e le giornate si fecero sempre più brevi, come le notti che Martina riusciva a dormire, vuote, come il letto che aveva sempre condiviso con l'amico peloso, e fredde, come il suo appartamentino, perchè da quel giorno lasciava sempre la portafinestra aperta nella speranza che Icaro facesse in qualche modo ritorno.

Una grigia mattina però, grigia letteralmente e figurativamente, Martina si svegliò con una bella tremarella e le dita gelide dell'inverno che le strisciavano sotto il pigiama. Si riscaldò con la sua solita tazza di caffè, che mandò giù bollente. Avrebbe dovuto chiudere la portafinestra, pensò mentre fissava il fondo della tazzina. Non poté fare a meno di piangere.

Talvolta l'esito di una vicenda è il risultato di una serie di azioni apparentemente del tutto scollegate e le grandi rivelazioni avvengono per puro caso. Per esempio, il giorno in cui Icaro si era volatilizzato, Martina si era svegliata prima del solito, di soprassalto, perchè il gatto le era piombato sulla pancia senza troppi complimenti. Inforcati gli occhiali, Martina aveva messo a fuoco un grosso ragno dalle gambe lunghe che zampettava qua e là sul lenzuolo cercando di sfuggire agli artigli di Icaro, che si stava godendo quell'inaspettata occasione di mettere a frutto i suoi istinti di predatore. Martina non nutriva una particolare ostilità per i ragni, ma l'idea che avrebbe potuto svegliarsi con la bestiolina che le passeggiava in faccia non le piaceva granché, così lo aveva afferrato con un fazzoletto e lo aveva trasferito sul terrazzino. Sul momento, nè lei nè Icaro se ne erano resi conto, ma la portafinestra era rimasta socchiusa. Un altro fatto di cui Martina non poteva essere a conoscenza è che, quello stesso giorno e solo qualche ora più tardi, la numerosissima famiglia che abitava un paio di piani sotto di lei aveva tenuto una modesta festicciola per i cinque anni di uno dei tanti eredi. Un palloncino, forse mosso dallo stesso istinto di libertà di Icaro, era sfuggito dalla finestra del loro appartamento e si era infilato in quella di Martina. Icaro l'aveva visto. Non ci sono parole che possano esprimere l'intensità della rivelazione che attraversò la mente felina di Icaro quando vide quell'oggetto, che guarda un po', i casi della vita, i segni divini, le coincidenze che non sono mai davvero tali, rappresentava proprio il muso di un gatto nero. La sua stessa effige che fluttuava a mezz'aria, quello fu il punto di svolta. Martina non lo avrebbe mai più preso in giro: Icaro sarebbe stato il primo gatto a padroneggiare la forma gassosa della materia felina. Avrebbe visitato il mondo, vissuto avventure, conosciuto altri gatti, alcuni molto più grandi e spaventosi di lui, ma quelle sono tutte altre storie, che Icaro avrebbe tenuto sempre per sè, perchè i gatti sono fatti così. Quello che conta è che alla fine sarebbe tornato a casa.

Martina avvertì un tocco delicato sul naso. Aprì gli occhi umidi. Asciugandoseli, vide l'immagine di un palloncino a forma di gatto nero che galleggiava davanti al suo viso.

«Leggiadro come un palloncino» bisbigliò Martina, stringendo gli occhi per ricacciare indietro le lacrime.

«Caffè anche per te?»