4. PRIMO CONTATTO


 Il comunicatore nel suo orecchio taceva ormai da ore e il naufrago cominciava a sentire il peso del silenzio. Nulla che si muovesse da nessuna parte e un panorama così monotono che gli sembrava di non procedere di un passo, nonostante camminasse da quasi un intero giorno. Il deserto bianco era traforato da pozzi rocciosi, ma nessuno sembrava offrire nulla più di quello in cui era precipitato con la sua scialuppa, perlomeno affacciandosi dalla superficie. Il pianeta sembrava del tutto inerte, ma il naufrago sapeva che a poco più di 30 ore di cammino qualcosa di interessante lo avrebbe incontrato, sempre che i sensori di FOCUS non avessero dato di matto.

Aveva scelto di inseguire il segnale chiacchierone perché, al di là della curiosità, aveva realizzato che anche se avesse trovato un altro superstite non avrebbe comunque avuto modo di aiutarlo e probabilmente sarebbe stato più al sicuro nella sua capsula. Per quanto riguarda la cella solare, bé... poteva sopravvivere a sufficienza per andare a dare un'occhiata alla fonte del segnale e recuperare anche quella, forse. Nell'antichità gli esseri umani erano creature davvero fragili, che potevano stramazzare a terra stecchite se restavano qualche giorno senza cibo o acqua o se non erano vaccinate contro ogni genere di malattia, ma da quando erano diventati una specie nomade avevano fatto in modo di rendersi il più resistenti possibile, perché lo spazio aperto non era affatto un ambiente confortevole. Glielo aveva raccontato FOCUS mentre setacciava la sua banca dati in cerca di altre informazioni utili... Chissà come se la stava cavando l'I.A. laggiù in quel buco umido.

Dopo quasi due giorni di cammino sotto un cielo sempre dello stesso colore il panorama cominciò a cambiare. Il terreno così piatto iniziò a produrre dei dislivelli sempre più significativi, che diventarono in breve alti gradoni di pietra che scendevano verso il basso, in un'ampia vallata invasa da una fitta nebbia, una mareggiata brumosa che abbracciava altri altopiani come quello dove aveva consumato le suole dei suoi stivali. Più che a banchi di nebbia, però, lo scenario che gli si parava davanti sembrava quello di un cielo densamente annuvolato, tanto che per un attimo ebbe paura che sotto a quella coltre grigia non ci fosse altro che un abisso senza fine.

Ma non era quella la sua reale preoccupazione.

Durante la sua marcia silenziosa, tanto per passare il tempo, il naufrago aveva cominciato a parlare da solo, raccontandosi storielle e tentando di trasformare la sua vicenda in un racconto appassionante di sopravvivenza e avventura. Avvertendo la bocca asciugarsi e la sete farsi strada alla fine aveva continuato a parlarsi solo nella sua testa, ripercorrendo le scarne memorie degli ultimi giorni più e più volte. Pian piano aveva smesso, ma non se ne era reso conto subito: adesso che scendeva verso la nebbia sotto di lui si accorgeva che la voce che parlava nella sua testa non era sempre e solo la sua. C'era qualcos'altro, o qualcun altro. Una voce che si nascondeva dietro la sua. E più scendeva più la voce diventava forte.

Non appena il cielo scomparve dietro un velo color cenere e il naufrago si ritrovò immerso in quella foschia impenetrabile la voce cominciò a sentirla per davvero.

Non diceva nulla di comprensibile. Era più una nenia, o una melodia di qualche genere... e forse ce n'era più di una, ma non poteva dirlo con certezza.

Non stava diventando pazzo.

«So che siete nella mia testa e forse anche fuori!» gridò in nessuna direzione particolare, «Facciamo le presentazioni!»

Non si aspettava davvero una risposta.

Che invece arrivò.

A pochi metri di fronte a lui si formò una figura, seguita da altre due ai suoi lati, poi altre quattro, una piccola folla. In mezzo alla nebbia non poteva distinguerle, ma sembravano umanoidi. Alte come lui, con due braccia e due gambe.

Rimase immobile.

Le sagome nella nebbia allargarono le braccia e si avvicinarono, dondolando goffamente.

La sensazione di pericolo lo colpì come un pugno nello stomaco.

Microrganismi, funghi extraterrestri, magari un animaletto buffo col naso a trombetta, quello era il genere di alieno che si aspettava, ma un comitato di benvenuto?

No, grazie.

Indietreggiò e, mentre si muoveva, le figure si mossero a loro volta come un solo corpo, una massa tentacolare di arti scoordinati che avanzava verso di lui, come tanti burattini annodati insieme dai propri fili.

Il naufrago scattò nella direzione opposta e pochi istanti dopo stava correndo alla cieca tentando di mettere più spazio possibile tra sé stesso e la massa semovente, mentre le voci diventavano sempre più insistenti - finché non esplosero in un canto assordante che lo stordì. La sua vista si annebbiò, sentì le gambe cedere e si trovò a terra.

Mentre avvertiva le figure avvicinarsi provò molta invidia per le sonde che centinaia di anni prima venivano inviate sui mondi del vecchio sistema solare della Terra, destinate ad una morte pacifica e ricordate con affetto dai pionieri dello spazio...