5. FACCIA A FACCIA


Le cose emerse dalla nebbia piombarono su di lui come una frana. Il naufrago si raggomitolò cercando di proteggersi, stringendosi la testa, che pulsava del canto delle voci incorporee...

Poi le voci si unirono in una sola, che cantava all'unisono con il mugolare della massa di corpi che lo schiacciava al suolo. Gli esseri restarono immobili per un istante e poi si spostarono, quasi ordinatamente.

Il naufrago non si mosse per qualche secondo, cercando di riprendere il controllo, se non della situazione, perlomeno di sé stesso. Non sarebbe riuscito a scappare, ma a quanto pare non lo volevano morto... o comunque non subito. Facendosi leva con un braccio si girò per fronteggiarli.

All'inizio pensò che lo stessero osservando da dietro un qualche genere di specchio deformante. Erano creature amorfe, dalla pelle biancastra e porosa, prive di connotati riconoscibili. Alcune di loro erano fuse assieme in grotteschi abbozzi umanoidi, altre avevano un arto o una testa in più. Sembravano pupazzi di pasta modellabile scartati e schiacciati insieme.

Era come trovarsi in un incubo del quale non ricordava l'inizio e non vedeva la fine.

Uno degli esseri calò su di lui e istintivamente il naufrago gli mollò un calcio, ma il suo piede sprofondò nel suo torace come se fosse di sabbia. Gli altri si agitarono, cozzarono l'uno contro l'altro, rilasciando particelle fumose e frammenti che si dispersero nell'aria in minuscole particelle. Non erano solo emersi dalla nebbia - erano fatti di nebbia.

La confusione non durò che un momento: altri si strinsero su di lui e si trovò di nuovo di fronte quello che aveva (quasi) colpito.

E la sua testa abbozzata cominciò ad acquisire dettagli: due bulbi neri sbocciarono in occhi, si aprì un buco che diventò una bocca... La cosa che sembrava l'imitazione di un essere umano stava cercando davvero di imitare un essere umano. La sua nuova faccia si arricchì di dettagli, dalle sopracciglia ai pori della pelle, finché non divenne la copia perfetta della faccia che aveva davanti.

Il naufrago vide il suo riflesso negli occhi spenti dell'imitazione. Era la sua faccia... ma quella faccia non era soltanto sua. Si era già trovato a guardarsi così prima di quel momento, ma non davanti allo specchio.

La consapevolezza lo trascinò lontano da quel posto e in un istante la sua vita si riversò dentro la sua testa, in un fiume in piena di ricordi...

... Il ponte panoramico della Pike, ma non dall'interno, con la sua passeggiata romantica sotto le stelle e le panchine dove fermarsi ad ammirare il cosmo senza confini, no, dall'esterno, mentre camminava sullo scafo della Nave Bottiglia...

... un pozzo di fuoco blu, in quel ricordo ce n'erano tanti altri come lui, che fluttuavano nel vuoto attorno ad uno dei reattori secondari dell'astronave, attenti a non avvicinarsi troppo...

... il suo corpo, sospeso in una bolla trasparente di liquido rosso, un po' come nella sua capsula di salvataggio, ma si trovava sulla Pike, nel ripostiglio dove i mozzi venivano riparati e stoccati quando non in servizio.

Attorno a lui, che galleggiava nella bolla, c'erano dozzine di suoi simili sospesi a loro volta nella soluzione di mantenimento, uomini con il suo volto da una parte e donne tutte identiche dall'altra.

È in quella bolla che tutti i suoi giorni iniziavano e finivano... fino al naufragio, fino a trovarsi su quel pianeta desolato davanti ad un pupazzo che indossava la sua faccia.

Era un mozzo sulla Nave Bottiglia Christopher Pike, un membro dell'equipaggio progettato e programmato per svolgere i compiti troppo rischiosi per gli altri - per gli umani "veri" che popolavano la nave e rappresentavano il futuro della razza umana.

La sua brutta copia fissava davanti a sè senza guardarlo. Si raddrizzò meccanicamente e, mentre le altre creature perdevano gradualmente consistenza e si riducevano in polvere, girò i tacchi e scomparve nella nebbia.

Dopo un periodo che gli sembrò molto lungo il naufrago riuscì a rimettersi in piedi, la mente sgombra. I ricordi della sua vita sulla Pike divenivano più vividi ora, con tutti i pezzi al loro posto. E ricordava che se non conosceva il suo nome è perché i mozzi non ne avevano uno.

Era un membro dell'equipaggio sacrificabile. Nessuno avrebbe rischiato la vita per cercarlo.

In qualche modo le voci cullarono le sue preoccupazioni fino a sopirle, come probabilmente avevano fatto dal primo momento in cui aveva iniziato a sentirle. Cominciò a camminare, guidato da una volontà non sua. Era una sensazione paradossale: non sapeva perché si muoveva, ma non riusciva a fermarsi... No, in realtà non pensava neanche di provare a fermarsi. Poteva immaginare di cosa si trattasse: le particelle di nebbia che aveva respirato fino a quel momento riempivano il suo corpo e rispondevano in qualche modo a quelle voci, che, ora comprendeva, erano istruzioni... per cosa, non lo sapeva, ma non si sentiva particolarmente turbato. Il che avrebbe dovuto turbarlo.

Anche lui sparì nella nebbia.