6. L'ULTIMO


 «ALMA, che mi racconti oggi?»

Il mozzo gesticolava sfiorando le icone sospese a mezz'aria, mentre l'interfaccia olografica del computer di bordo della nave si materializzava davanti ai suoi occhi.

«Domandi l'esposizione di un episodio a mia discrezione, LD715?»

«Diciamo di sì. Raccontami qualcosa della vita sulla nave, di prima che io nascessi.»

Per una volta aveva pensato di chiederle qualcosa che gli interessava davvero, mentre faceva il suo lavoro. Anche se era l'Intelligenza Artificiale più avanzata a bordo della Christopher Pike, ALMA impegnava comunque molte risorse per interagire in maniera naturale con l'equipaggio, il che abbassava le sue difese e permetteva al programma di diagnostica di rilevare più facilmente eventuali problemi.

ALMA se ne stava inginocchiata al centro della stanza circolare, con l'aspetto di una dama di mezza età. Attorno a lei i proiettori collocati sulle pareti avevano già cominciato a disegnare immagini di un tempo passato, prima che l'incidente del terzo reattore si portasse via un terzo della nave e dei suoi abitanti.

In pochi istanti il locale asettico che ospitava l'interfaccia di ALMA era scomparso, sostituito dal panorama bucolico delle fattorie antigravitazionali. Un uomo percorreva zoppicando il sentiero che dai silos si inoltrava nei boschi attorno alle campagne artificiali. 715 non lo aveva mai incontrato, ma sapeva chi fosse: Abraham Graves, il precedente capitano della nave. Graves si era assunto la responsabilità della tragedia e aveva lasciato il comando, ma aveva rifiutato di firmare l'atto che dava il via al progetto Guardiani del Futuro, lasciando l'incombenza al suo successore. Per quanto la perdita di vite umane fosse un grave problema su una nave generazionale, Graves non accettava che la soluzione fosse riprogrammare una partita di embrioni per trasformarli in martiri sempre pronti a sacrificarsi per il bene superiore. I "mozzi", come li chiamavano in quei giorni, piegavano di un bel po' l'etica della società della Pike, ma non quella di Abraham Graves, che con quell'iniziativa preferiva non avere nulla a che fare.

«Guarda» disse ALMA, «questa è una storia che non ho mai raccontato a nessuno.»

715 cercò di dissimulare la sua curiosità gettando un'occhiata distratta al programma di diagnostica. Graves, un uomo massiccio di un metro e novanta con una pancia imponente, si stava arrampicando su un grande albero spoglio Arrivato ad un'altezza di circa sei metri infilò il grosso braccio nel tronco cavo (quasi restando incastrato) ed estrasse qualcosa che il mozzo non riuscì a vedere bene - finché il capitano non perse l'equilibrio e, per tenersi, lasciò cadere l'oggetto a terra, ai piedi del mozzo.

Era un libro... no, un diario, scritto a mano. Non se ne vedevano più tanti. Ed era scritto da due diverse persone, due bambini e - oh, sì, ora capiva. 715 non conosceva quella parte della storia, ma sapeva come si concludeva. Dopo aver perso la moglie nell'incidente il capitano era tornato al suo incarico di programmatore di ALMA e si diceva che, per ricordarla, avesse integrato aspetti della sua personalità in uno degli aggiornamenti dell'I.A. ALMA gli stava mostrando da quale base era partito: il "diario di bordo" che i due tenevano insieme, da bambini.

«ALMA» disse gentilmente 715 al computer di bordo, «questa non è una storia della nave come le altre, non è vero? È la tua storia»

L'interfaccia del computer di bordo fissava il vuoto con un'espressione inequivocabilmente umana. Forse c'era del vero nella faccenda della moglie del capitano. 715 non era certo che lo avrebbe riferito nel suo rapporto.

Ma poi, di colpo, lo sguardo di ALMA cambiò. Il bosco scomparve e un istante dopo, un suono che non si sentiva da quasi trent'anni: il corno dell'allarme nero.

715 chiuse la diagnostica con un tocco e si diresse alla porta, che lo bloccò.

«Lasciami passare, devo tornare alla mia postazione!» gridò battendo il pugno sulla porta, ma voltandosi si trovò di fronte non ALMA, ma Katarina Graves.

La moglie del capitano lo fissava con lo sguardo affranto e quando si rivolse a lui non lo fece col tono asettico del computer di bordo.

«Mi spiace di doverti chiedere questo» cominciò, interrotta da un boato da qualche parte in un ponte superiore.

«ALMA, cosa succede?»

«Contagio.Lo scafo cede. Io - la nave non resisterà.»

«ALMA, cosa stai dicendo? Fammi...» ma non poté protestare oltre: una nube di pulviscolo bianco lo circondò, inibendo i suoi movimenti. Le nanomacchine che componevano ALMA si depositarono su di lui. Poi lei gli parlò:

«Questo è il tuo ultimo ordine, LD715. Raggiungi il ponte 14, dove troverai una scialuppa riprogrammata per metterti in salvo. Ti porterà su Spot313, ma da lì dovrai cavartela da solo. Ti sto sottoponendo ad una procedura di emergenza che sopprimerà molti dei tuoi ricordi, quindi potrai fare affidamento solo su te stesso. Non so con che cosa abbiamo a che fare, ma dovrai fare del tuo meglio per sopravvivere, perché sarai l'ultimo dei miei figli.»