NICOLA DEL TERZO PIANO

Nicola si svegliò mentre le campane proprio fuori dalla finestra battevano l'ora già da un po'.

Tapparella serrata, abat-jour accesa dalla notte appena trascorsa, sveglia caduta a terra con la batteria rotolata sotto il letto.

In bagno il solito macello. Pedate bagnate, peli di barba lasciati a decorare il lavandino e il secchio del mocio con dentro tre dita di liquame scuro che un tempo era acqua e detergente per pavimenti che impestava l'aria. Nicola fece scorrere l'acqua dal rubinetto finchè non diventò bollente, poi, dopo aver ripulito il lavandino, disegnò buffe faccine sullo specchio appannato dal vapore.

Da tempo Nicola passava tutte le sue giornate in quel piccolo monolocale al terzo piano, giornate tutte uguali tra quattro pareti anonime. Lo studio non gli aveva riservato alcuna delle soddisfazioni a cui sperava di andare incontro e il lavoro, bè, il lavoro era uno schifo, ma quella non era certo una sorpresa. Alla fine si era arreso e basta. Però, anche se oramai le sue prospettive erano piuttosto limitate, questa non era affatto una buona ragione per starsene con le mani in mano.

Per prima cosa riversò il secchio nel gabinetto, poi ci svuotò dentro mezza bottiglia di detersivo. Pulì il mocio sotto la doccia, riempì di nuovo il secchio e lavò il pavimento. Aprì la finestra per arieggiare e tornò nella stanza principale del piccolo appartamento.

Scavalcò il letto, come sempre in condizioni discutibili. Tirò su la tapparella inondando la stanza di luce, spense la lampada e recuperò la pila della sveglia. Strappò il groviglio di lenzuola impigliato nella vecchia rete di metallo e lo buttò in terrazza senza troppi complimenti. Dopodichè, rivolse la sua attenzione all'angolo cucina. Dopo aver staccato una serie di note, foglietti e post-it dalla bacheca e averli gettati nel bidone della carta aprì il frigo, spalancando le porte di un mondo alieno, oscuro e imperscrutabile. Ma non c'era più nulla che potesse spaventarlo: stese uno straccio sporco sotto il frigo, lo inclinò e vi rovesciò sopra passata di pomodoro ammuffita, uova marce, confezioni di panna incrostata, una pentola di pasta appiccicosa, yogurt andato a male, scatolette di tonno, piselli e verdurine aperte e mangiate a metà. Una volta che lo straccio fu ricoperto di quello che una volta si poteva mangiare e che adesso avrebbe potuto uccidere ne chiuse i quattro angoli facendone un fagotto e gettò anch'esso in terrazza.

Si guardò intorno: c'era ancora molto lavoro del lavoro da fare. Staccò i poster dal muro, li accartocciò e li buttò in un angolo, poi svuotò la libreria e il porta cd, che avevano davvero bisogno di una spolverata. Tanto per avere un po' di compagnia accese la tv e fece passare un po' di programmi a caso - poi sentì dei passi provenire da dietro la porta.

La toppa girava nella chiave. Nicola si rimise in piedi con un balzo. Così presto? Dimenticava sempre che in estate il sole rimaneva in cielo più a lungo. Dovevano essere già le sette! Prima che la chiave completasse il secondo giro nella serratura scattò oltre il letto e si scaraventò dentro l'armadio.

Andrea si chiuse la porta alle spalle, si tolse gli auricolari e alzò lo sguardo sulla stanza. E sobbalzò di sgomento e spavento.

Era successo di nuovo.

Il letto disfatto, i poster stracciati, tutte le sue cose sparpagliate in giro, la tv accesa e chissà cos'altro.

Si precipitò immediatamente alla bacheca, ma il post-it con il numero che gli aveva indicato quell'amica di sua mamma non c'era più, e nemmeno tutti i suoi appunti.

Sospirò.

Perlomeno il suo ospite aveva ripulito il frigo: lui non aveva più avuto il coraggio di aprirlo, dopo quella volta della testa urlante. Se solo gli affitti non fossero stati così alti se ne sarebbe andato immediatamente da quel buco maledetto. Forse aveva ragione suo fratello: di questo passo l'università lo avrebbe ucciso. Magari era proprio quello che era accaduto all'inquilino precedente. Quella medium avrebbe potuto dirgli anche questo, se avesse ritrovato il suo numero.

Raccolse le lenzuola dal terrazzo e le mise nel cesto della biancheria sporca, ignorando volutamente i volti deformi impressi sullo specchio, poi andò all'armadio per prendere il cambio e lo aprì.