SENZA FILI

L'ultimo ricordo a svanire dalla mente del bambino fu il primo: il suo lettino nella sua cameretta. Lui però non era un bambino vero, non aveva nessun lettino in nessuna cameretta e di certo suo padre non lo considerava davvero un figlio, benchè per convenzione sociale si riferisse a lui a quella maniera. Era stato montato su un piano di lavoro nel garage dell'abitazione, la sua testa invitata sul busto per completare l'opera, e da quel momento il tavolo, dove giaceva ricaricandosi di notte, lo aveva chiamato lettino, il garage era la sua cameretta, e l'uomo che lo aveva comprato e costruito suo padre.

Era un bambino piuttosto strano. Aveva più o meno le sembianze di un bambino umano, come tutti quelli del suo modello, ma come tutti i suoi simili le sue proporzioni erano un po' sbagliate, gli occhi opachi, e nei "genitori" umani ispirava un certo disagio. Dietro i limiti del suo design però il suo sguardo era diverso dagli altri, curioso.

Tutte le mattine il padre caricava il bambino sul camioncino giallo e quello lo scaricava a scuola, dove per otto ore il bambino partecipava a svariate tipologie di test, analisi dei suoi processi cognitivi, aggiornamenti alla sua programmazione e sessioni di debug.

Tutte le sere, il bambino veniva riposto nel garage, dietro un portone chiuso a chiave.

Talvolta, nel pomeriggio, il padre portava con sè il bambino perchè gli serviva una mano per svolgere delle commissioni, come comprare la vernice per ridipingere la staccionata. A parte il garage, la casa del bambino e di suo padre era perfettamente in ordine, come il resto del quartiere e della cittadina. Una serie di casette colorate, con giardini ben curati circondati di palizzate di legno, parchetti e centri commerciali. Un piccolo mondo perfetto.

Lo stesso non si poteva dire del resto del pianeta. Lo sapevano tutti, per questo tutt'intorno alla cittadina era stata piantata una siepe molto alta e nessuna casa nei pressi della siepe aveva un secondo piano. L'unico contatto con il mondo reale erano le chiatte dei rifornimenti che arrivavano e quelle dei rifiuti che andavano, viaggiando su un canale artificiale che sfociava sul mare, dove la contaminazione non era stata così disastrosa.

Con l'uomo fuori dai giochi la Terra era diventata un luogo più pacifico e più pulito, ma da un certo punto di vista molto più povero. L'Iniziativa "Senza Fili" serviva ad assicurare che la cultura, la civiltà e i traguardi raggiunti dal genere umano non si perdessero una volta che gli ultimi sopravvissuti si fossero estinti e fossero stati sostituiti dai loro successori meccanici, ma nel frattempo bisognava tenere impegnati quei pochi superstiti in qualche modo, e il modo migliore per farlo, si era deciso a un certo punto, era costruire per loro un paese dei balocchi, un luogo ideale dove potessero fare tutto ciò che desideravano senza far danno a nessuno. Gli uomini d'altra parte non chiedevano molto altro se non l'illusione di normalità, assicurata da abitudini routinarie come curare il loro giardino, accompagnare i figli allo scuolabus e passare la domenica al centro commerciale.

C'erano alcuni animali che, dopo la fine delle piogge radioattive, iniziavano a uscire allo scoperto. Il bambino li intravedeva spesso, dalle finestre della sua classe, correre sui rami spogli o infilarsi in buchi nel terreno, e immaginava di inseguirli e catturarli e giocare con loro. Un giorno ci provò. Uscì dalla fila che iniziava dal parcheggio dei camioncini gialli e raggiunse il cortile dell'istituto, dove cercò di stanare uno strano animale dal pelo rossiccio e dalla coda folta che se ne stava nascosto in un cespuglio rinsecchito. La bestiolina lo guardava col suo muso appuntito e anche se di emozioni non capiva granchè il bambino riusciva a intuire che avesse paura, ma che fosse anche curiosa. Bastarono pochi minuti perchè la sorveglianza si rendesse conto della sua assenza e i bidelli guardiani fossero inviati per recuperarlo, ma quel fugace incontro fu sufficiente al bambino per decidere che non sarebbe mai più tornato lì dentro.

Quella stessa notte il bambino scappò dall'officina e si imbarcò di nascosto su una delle tante chiatte che quotidianamente andavano e venivano dall'insediamento urbano. Poichè il calore non gli dava noia rimase nascosto nella sala motori, dove l'equipaggio umano si recava solo se necessario e per lo stretto necessario. Dopo un tempo indefinito di viaggio tutto uguale il bambino avvertì agitazione, prima suggerita dal rumore di passi svelti, poi dichiarata con gran vociare. Arrischiatosi a salire sul ponte si trovò travolto da marinai che scappavano da una parte e dall'altra, sagome indistinte nella notte che lo sballottavano di qua e di là senza badargli. L'imbarcazione fu scossa da un violento urto e si ribaltò completamente: il bambino, non progettato per galleggiare, sprofondò nell'oscurità, la luce della luna oscurata da un'immensa sagoma che fluttuava intorno al relitto della nave.

Riemerse in un mattino primaverile su una spiaggia sconosciuta e lì le sue giunture meccaniche cedettero allo sforzo d'aver camminato per chilometri sul fondo del mare. Rimase sdraiato a faccia in su sulla sabbia e il suo corpo lambito dalle onde divenne casa per una moltitudine di piccole creature; funghi iniziarono a proliferare tra i suoi ingranaggi, ma a lui non importava. Alcuni animaletti uscirono dal groviglio di vegetazione e vennero ad indagare sul nuovo venuto, sondandolo col naso e con la lingua ruvida. Un giorno si svegliò di soprassalto con un dolore bruciante sul petto, scoprendo che una bestia bianca e pelosa aveva strappato uno dei ciuffi verdi che avevano cominciato a crescere sul suo torace.

Scoprì così di potersi di nuovo muovere. Esplorò l'isola, ma iniziò a sentirsi stanco e fiacco e capì che doveva nutrirsi. Imparò a farlo dagli animali che incontrò, e capì anche come abbeverarsi alle pozze come loro, mettendosi a quattro zampe.

Un giorno, dopo aver bevuto, non si rialzò più in piedi. Le sue gambe si erano piegate in modo strano, rendendo la posizione eretta innaturale, e le sue dita si erano unite in un unico grosso zoccolo. Osservando il suo riflesso nella pozza lo trovò simile a com'era sempre stato e come avrebbe sempre dovuto essere, e non notò una trasformazione: gli sembrò piuttosto di essersi svegliato.

Del suo corpo originale non rimaneva ormai più nulla e tutti i ricordi della sua vita da bambino svanivano uno dopo l'altro.

Trottò via dalla pozza e, sbucato dalla boscaglia, si spinse fino alle pendici della montagna, poi iniziò a scalarne il versante ragliando felice.